lunedì 10 giugno 2013

Come Spotify sta cambiando il nostro modo di ascoltare la musica

Spotify è approdato in Italia da ormai qualche mese, ed è immediatamente divenuto di uso comune. Però, per approfondire un po' il discorso, seguiamolo dall'inizio. Cos’è Spotify? E’ un servizio che consente l’ascolto di musica. Come lo fa? Tramite un programma da scaricare e la connessione a internet. Vediamo come funziona: si va sul sito http://www.spotify.com e qui una pagina semplice semplice ci chiede se vogliamo scaricare gratis il programma. Una volta fatto, il sito ce lo possiamo scordare, perchè tutto avverrà attraverso il programma. Su questo si può cercare musica, album, playlist. Ci si trova “quasi” tutto, ovvero tutto tranne quello che I-Tunes ha in esclusiva.
Però I-Tunes ci vende il download dei brani, Spotify ci offre il suo ascolto in cambio di un po’ di pubblicità, che a quanto ci dicono dovrebbe essere quantificata in 3 minuti ogni ora. Ci sono dei pacchetti a pagamento, che danno la possibilità di non avere la pubblicità e soprattutto di poter usare il programma anche nella sua versione di “app” sullo smartphone. Se si vuol provare è disponibile una versione di prova di 48 ore, accedendo ai contenuti dal cellulare, o di 10 giorni accedendovi dal sito, che diventano 30 nell’offerta che arriva via mail. Per sottoscriverla bisogna lasciare i dati della propria carta di credito, e allo scadere dei 30 giorni è necessario, se non si vuole passare alla versione a pagamento automaticamente, disdire l’offerta. I prezzi sono comunque bassi, 4.99 euro al mese per la versione “unlimited”, ovvero senza la pubblicità e senza il limite di 10 ore di ascolto settimanali (che arriva a un mese dall’iscrizione), e 9.99 per la versione premium, che ai vantaggi dell’altra aggiunge i servizi su smartphone, che funzionano anche in assenza di connessione (tramite un download controllato e vincolato al contratto. I file scaricati non sono ascoltabili se non tramite il programmino di Spotify e probabilmente si “autodistruggono” allo scadere dell’abbonamento).
Una particolarità di Spotify è la sua dimensione “community”, ovvero la convivenza con i social network, in particolare Facebook. Possiamo pubblicare le cose che ascoltiamo sulla nostra home, creare le nostre playlist e condividerle, inviare brani e compilation come messaggi privati, e vedere, mentre lo usiamo, cosa stanno ascoltando i nostri amici. Selezionando alcuni criteri è possibile anche usarlo in versione “radio”, ovvero ascoltando musica selezionata automaticamente tra tutto il catalogo secondo i nostri gusti.
Ora, da noi il supporto abituale per ascoltare musica on line era diventato youtube. In cosa questo nuovo mezzo lo batte? Nella qualità senza dubbio: su youtube quando si cerca un brano appaiono dozzine di versioni, da quelle originali a quelle taroccate, dal ragazzino che rifà il pezzo in camera al video rifatto dai fan con l’audio smozzicato, dalla versione tagliata a quella preceduta dai “titoli di coda” di chi ha realizzato e caricato il video, senza dimenticare la sempre poco gradita pubblicità che da qualche mese a questa parte precede tutti i video (a meno che non utilizziate un programmino tipo Adblock) mentre su Spotify troviamo solo le versioni originali, dato che sono caricate dalle case discografiche, le quali vengono pagate in base agli ascolti. Quindi Spotify è pure completamente legale, e paga i diritti d’autore agli artisti (o alle loro etichette), mentre youtube spesso ha brani “non ufficiali” che vengono bloccati, spostati, rinominati, e questo è evidente quando si aprono le playlist e si incappa in brani “rimossi”, mentre su Spotify questo non dovrebbe avvenire. Gli svantaggi rispetto a youtube però ci sono anche, e sono, partendo dal macro, l’assenza del video, che però se noi siamo interessati alla musica ci interessa poco, ma anche la maggior fruibilità on line, infatti non solo al tubo ci si può accedere senza grosse difficoltà da qualsiasi supporto connesso alla rete (cellulari compresi), ma è anche più semplice la connessione sui social, in quanto i contenuti sono fruibili immediatamente, senza nemmeno cambiare sito, mentre per spotify si deve saltare al programma, in maniera semplice, per carità, ma 1) se il programma era chiuso bisogna aspettare il tempo di apertura 2) se non si è sul proprio computer bisogna installarlo, se è già installato da un altro utente uscire e rientrare con il proprio account, ecc. Gli altri vantaggi sono che funziona come un buon programma di gestione dei nostri mp3, cosa che tra l’altro fa, perchè se cerchiamo un brano non disponibile nell’archivio on line ma disponibile nel nostro hard disk, lo trova e ce lo fa usare come gli altri. E’ comodo, funzionale, bello. Se si cerca un gruppo vengono fuori tutti gli album, si può decidere di ascoltare i brani singoli o i dischi interi (cosa estremamente difficile su youtube), e questo potrebbe addirittura far tornare all’ascolto “per disco” anziché per brano, con somma soddisfazione degli artisti che consideravano il disco completo come un’opera a sé stante, da ascoltare per intero e con un ordine preciso. E’ come avere nel proprio archivio quasi tutta la musica del mondo, ben ordinata e catalogata, e l’archivio non ce lo dobbiamo neanche portare dietro perchè è on line, nella grande nuvola di dati a cui possiamo accedere con il nostro computer da qualsiasi punto di accesso alla rete.
Un po’ di questioni: Spotify paga i diritti agli autori, chi vuole suonare musica in pubblico o trasmettere la musica di Spotify in Italia deve però comunque pagare la Siae?
Altra prospettiva: i musicisti emergenti possono caricare la loro musica e farla circolare (ovviamente nessuno cerca una cosa che non conosce, ma il passaparola, attraverso anche l’uso delle strumento che mostra gli ascolti degli amici di Facebook, e di uno strumento che sarà attivato presto e che consentirà di “seguire” gli ascolti di personaggi noti e artisti, potrebbe funzionare meglio che altrove) ma quanto saranno remunerati questi ascolti? All’estero, dove Spotify è presente da alcuni anni (è nato 5 anni fa e si è diffuso gradualmente a partire dalla Svezia), ci sono già state polemiche sulle basse remunerazioni, ma se Sony e Universal si lamentano, è facilmente immaginare che per gli artisti emergenti saranno particolarmente basse. Staremo a vedere.

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